Azienda in perdita: cosa fare prima che la perdita diventi un problema di debito.
Un bilancio in rosso non è ancora una crisi. Lo diventa quando la perdita si ripete, consuma il patrimonio e arriva alla cassa. Il lavoro utile si fa prima.
Valuta la situazione →Quando l’azienda è in perdita bisogna prima capire da dove nasce la perdita, linea per linea, e se è occasionale o strutturale. Poi va verificato quanto ha intaccato il capitale, perché oltre certe soglie gli amministratori hanno obblighi precisi verso i soci. Solo dopo si decide se basta intervenire su margini e costi o se servono strumenti di risanamento.
La prima domanda è da dove viene la perdita
Il risultato finale del bilancio dice poco. Una perdita può nascere dall’attività caratteristica, cioè da prezzi che non coprono più i costi, oppure da componenti che non si ripeteranno: una svalutazione di crediti, un contenzioso chiuso male, un investimento ammortizzato in pochi anni.
La distinzione cambia tutto. Una perdita straordinaria si assorbe con il patrimonio e con gli esercizi successivi. Una perdita operativa invece si ripresenta ogni anno finché non si interviene sulla sua causa, e ogni anno porta via una parte del capitale.
Per saperlo serve un conto economico letto per prodotto, cliente, commessa o sede, non solo in totale. È quasi sempre lì che si scopre che una parte dell’azienda guadagna e un’altra la tiene sotto.
Perdita e crisi non sono la stessa cosa
Un’impresa può perdere e continuare a pagare regolarmente fornitori, banche e Fisco. Finché la cassa regge, il problema è di redditività e si risolve lavorando su margini, prezzi e struttura dei costi.
La situazione cambia quando le perdite cominciano a essere finanziate con il debito: sconfinamenti, ritardi nei versamenti, fornitori pagati sempre più tardi. Da quel momento la perdita non resta nel bilancio, si trasforma in esposizione verso i creditori. Che cosa fare in quella fase lo spieghiamo nella guida su azienda in crisi.
Quando la perdita intacca il capitale
Per le società di capitali il codice civile fissa delle soglie. Quando il capitale risulta diminuito di oltre un terzo a causa di perdite, gli amministratori devono convocare senza indugio l’assemblea e sottoporle una relazione sulla situazione patrimoniale della società.
Se entro l’esercizio successivo la perdita non scende sotto il terzo, l’assemblea che approva il bilancio deve ridurre il capitale in proporzione alle perdite accertate. Se non lo fa, la riduzione può essere chiesta al tribunale.
Più seria è la perdita che porta il capitale sotto il minimo legale. In quel caso non si può aspettare l’esercizio successivo. L’assemblea deve scegliere fra ridurre il capitale e ricostituirlo almeno fino al minimo, oppure trasformare la società. Se non decide, si verifica una causa di scioglimento.
Sono regole che valgono sia per le S.p.A. sia per le S.r.l., con qualche differenza di procedura. Il punto pratico è uno solo: il bilancio in perdita va letto anche con questa lente, non solo per capire quanto si è perso.
Che cosa rischia chi amministra
Dopo una causa di scioglimento gli amministratori restano in carica, ma possono gestire la società soltanto per conservare l’integrità e il valore del patrimonio. Continuare a operare come prima, assumendo nuovi impegni, li espone in prima persona.
Rispondono personalmente e solidalmente dei danni causati alla società, ai soci e ai creditori. Salvo prova contraria, il danno si presume pari alla differenza fra il patrimonio netto al momento in cui escono di carica, o all’apertura di una procedura, e quello alla data in cui si è verificata la causa di scioglimento, al netto dei costi necessari per la liquidazione.
Per questo la data conta. Accorgersi tardi che il capitale era già sotto il minimo significa che ogni mese di operatività successiva può diventare una voce di responsabilità.
Le leve per tornare in utile
- Eliminare o ripensare le linee, i clienti e le commesse che lavorano sotto costo.
- Rivedere i listini dove il prezzo non ha seguito l’aumento dei costi.
- Ridurre i costi fissi che non sostengono il fatturato, a partire da sedi, contratti e consulenze.
- Recuperare i crediti scaduti prima che diventino perdite.
- Rinegoziare il costo del debito quando gli oneri finanziari pesano sul risultato.
- Valutare con i soci un intervento sul patrimonio, quando la perdita ha già intaccato il capitale.
Nessuna di queste leve funziona da sola. Tagliare i costi senza sapere dove si perde rischia di colpire proprio la parte che guadagna. Per questo il primo passo è sempre la lettura dei margini.
Quando servono gli strumenti del Codice della crisi
Se le perdite hanno già prodotto debito difficile da sostenere, intervenire sui costi non basta più. Il Codice della crisi offre strumenti che tengono conto anche del problema del capitale.
Nella composizione negoziata l’imprenditore può dichiarare che, fino alla conclusione delle trattative, non si applicano gli obblighi di riduzione del capitale per perdite e la relativa causa di scioglimento. Nel concordato preventivo le stesse regole restano sospese dal deposito della domanda fino all’omologazione.
È una protezione importante, perché permette di negoziare con i creditori senza dover prima ricapitalizzare o sciogliere la società. Non copre però il periodo precedente: le scelte fatte prima di avviare il percorso restano soggette alle regole ordinarie.
Cosa portare alla prima valutazione
- Gli ultimi due o tre bilanci e una situazione contabile aggiornata.
- Il conto economico per linea di prodotto, cliente o sede, se esiste.
- Il dettaglio dei debiti verso banche, Fisco, enti previdenziali e fornitori.
- Lo scadenzario degli incassi e dei pagamenti dei prossimi mesi.
Con questi dati si capisce in poco tempo se la perdita è un problema di margini, da risolvere in azienda, o un problema di debito, da affrontare con i creditori. La prima valutazione di DR Consulting non prevede un fondo spese anticipato e il compenso matura solo sul beneficio ottenuto.
Le risposte essenziali
Un bilancio in perdita significa che l’azienda è in crisi?
No. La crisi riguarda la capacità di pagare le obbligazioni nei mesi successivi. Un’azienda può chiudere un esercizio in perdita e restare solida, se la perdita è occasionale e la cassa regge.
Quando gli amministratori devono convocare l’assemblea?
Quando il capitale risulta diminuito di oltre un terzo per effetto delle perdite. La convocazione deve avvenire senza indugio, con una relazione sulla situazione patrimoniale della società.
Cosa succede se il capitale scende sotto il minimo legale?
L’assemblea deve ridurre il capitale e ricostituirlo almeno fino al minimo, oppure trasformare la società. Se non lo fa, si verifica una causa di scioglimento e gli amministratori possono gestire la società solo per conservarne il patrimonio.
I soci sono obbligati a ricapitalizzare?
No. I soci possono scegliere di non intervenire, ma in quel caso, se il capitale è sotto il minimo, le alternative sono la trasformazione o lo scioglimento. Per questo la decisione va presa con i numeri del piano davanti.
Si può evitare di ricapitalizzare mentre si tratta con i creditori?
Sì, entro certi limiti. Nella composizione negoziata l’imprenditore può dichiarare la sospensione degli obblighi sul capitale fino alla conclusione delle trattative, e nel concordato preventivo le stesse regole non si applicano dal deposito della domanda fino all’omologazione.
L’azienda perde da due anni. È ancora salvabile?
Dipende da dove si perde. Se una parte dell’attività produce margine a condizioni normali, c’è una base su cui costruire. Se tutte le linee lavorano sotto costo e il mercato non c’è più, conviene saperlo subito e scegliere una strada diversa.
Fonti normative e istituzionali
Prima il risultato.
Poi il compenso.
Se vediamo un margine concreto, investiamo il nostro lavoro nella soluzione. Il compenso matura sul beneficio misurabile ottenuto per l’impresa.
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